Biografia di Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, papa, santo.
Karol Joseph Wojtyła nasce il 18 maggio 1920 a Wadowice, una cittadina di circa diecimila abitanti, distante cinquanta chilometri da Cracovia e abitata prevalentemente da ufficiali dell’esercito polacco e da una nutrita comunità ebraica di circa duemila persone, ben integrata nel tessuto sociale e cittadino.

Dalla nascita all’ordinazione sacerdotale (anni 1920-1946).
Figlio di Karol, tenente dell’esercito polacco (già sottufficiale di fanteria dell’esercito austroungarico), ed Emilia Kaczorowski, Karol Joseph è il terzo e ultimogenito della coppia (il 27 agosto 1906 era nato il primogenito Edmund e, qualche anno dopo, Olga, morta prematuramente). Negli anni dell’infanzia chiamato affettuosamente Lolek, cresce in un clima familiare sereno e religioso, frequentando la scuola primaria e rivelando subito buone doti intellettuali. All’età di quasi nove anni, il 13 aprile 1929, perde la madre Emilia, deceduta a causa di una cardiopatia congenita. Dopo tre anni, il 5 dicembre 1932, Karol perde anche fratello Edmund che, divenuto medico, rimane vittima di un’epidemia contratta da un paziente.

Così il giovane Karol rimane a vivere solo con il padre, uomo austero, coraggioso nell’affrontare la sua vedovanza e modello di vita spirituale: «Mi capitava di svegliarmi di notte – scriverà Giovanni Paolo II – e di trovare mio padre in ginocchio, così come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa parrocchiale. Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta di seminario domestico» (Giovanni Paolo II, Dono e mistero, 30).  Il padre favorisce la formazione culturale di Lolek: con gli studi secondari superiori il giovane Karol già rivela un vivo interesse per le discipline umanistiche. Si appassiona anche al teatro e riceve lezioni di recitazione. Conseguita la maturità classica, nell’estate del 1938 si trasferisce con il padre a Cracovia dove si iscrive al corso di laurea in filologia polacca della facoltà di filosofia dell’Università Jagellonica. Le vicende biografiche si intrecciano a questo punto con la storia della sua nazione. Partecipa ad associazioni universitarie contro le prime restrizioni statali a danno degli studenti ebrei. Poi, dopo l’aggressione nazista alla Polonia (1° settembre 1939), aderisce al teatro rapsodico di Mieczyslaw Kotlarczyz e compone drammi e opere teatrali, spesso di forte ispirazione biblica, tese a mettere in parallelo le sofferenze del popolo ebraico con quelle della Polonia oppressa dai nazisti.

In questo periodo Karol frequenta la parrocchia S. Stanislao Kostka di Cracovia, dove conosce Jan Tyranowski, un laico che lo introduce alla lettura dei testi di spiritualità carmelitana, in particolare alle opere di Giovanni della Croce. Membro dei gruppi fondati da Tyranowschi, denominati Rosario Vivente, Karol legge anche con profonda partecipazione l’opera di L.M. Grignon de Monfort, Trattato della vera devozione a Maria. Fu questa una lettura importante, che segnerà la vita spirituale di Karol al punto da ispirargli più tardi il motto del suo episcopato: Totus tuus. Infine stringe un forte rapporto spirituale con padre Kazimierz Figlewicz, che sarà il suo direttore spirituale nonché l’unico custode della Cattedrale di Cracovia durante l’occupazione tedesca.

Nel settembre 1940 le disposizioni naziste costringono ogni polacco a svolgere un lavoro: Karol, interrotti gli studi, è assunto prima in una cava, poi in un’industria chimica. Per quasi quattro anni condivide così la fatica degli operai ed è testimone delle durissime condizioni di lavoro dei suoi compagni dai quali, d’altra parte, riceve affetto e attenzione.

Intanto, mentre è a Cracovia, muore suo padre il 18 febbraio 1941. «Non m’ero mai sentito tanto solo» (cit. in Weigel, I, 86), confesserà successivamente il pontefice ricordando lo smarrimento e la solitudine di quelle ore.

Dopo la morte del genitore Karol compie un passo fondamentale. Da tempo avverte la chiamata alla vita sacerdotale. Perciò nell’autunno 1942  entra in un seminario clandestino, allestito nell’arcivescovado dall’ordinario di Cracovia, il card. Adam Sapieha. Continuando ancora per qualche tempo a lavorare in miniera al mattino, Karol riceve la necessaria formazione e viene ordinato sacerdote il 1° novembre 1946. Il rito di ordinazione si svolge in segreto, nella cappella dell’arcivescovado di Cracovia: la Polonia, infatti, terminata la Seconda Guerra Mondiale, è sotto il regime comunista.

Sacerdote, vescovo e cardinale di Cracovia (anni 1946-1978).
L’arcivescovo di Cracovia Sapieha ha subito nuovi progetti sul giovane sacerdote: il 15 novembre dello stesso anno lo invia a per Roma per conseguire la laurea in teologia all’Angelicum. Risiede presso il collegio Belga al Quirinale e segue le lezioni di maestri di grande valore, come Reginaldo Garrigou-Lagrange. Grazie a un contributo economico offerto da Sapieha, durante la sospensione delle attività accademiche, don Karol può viaggiare in Italia e in Europa.

Nell’estate del 1947 è a Parigi per un incontro con i preti operai, poi in Olanda e in Belgio. L’anno successivo risale i tornanti del Gargano e incontra padre Pio da Pietrelcina. Alla fine dell’anno accademico 1947/1948, discute a Roma la tesi di laurea sul tema Doctrina de fide apud S. Johannem a Cruce. Nel luglio 1948 è quindi di nuovo in Polonia.

Dopo il primo incarico pastorale come vicario parrocchiale a Niegowić, nel distretto di Bochnia (30 chilometri ad est di Cracovia), nel 1949 è trasferito nella chiesa di s. Floriano a Cracovia. Don Karol cura la pastorale giovanile universitaria e tiene corsi prematrimoniali per fidanzati: inizia  così a fiorire una sensibilità molto pronunciata verso questa fascia di fedeli, un tratto che lo caratterizzerà per tutta la vita. Wojtyła organizza ora incontri per giovani, ritiri e sempre più frequentemente gite e soggiorni in località di montagna. Condivide con i discepoli la preghiera, le speranze e le difficoltà della vita: non rinuncia peraltro alla propria passione per lo sport.

Un suo ex professore, Ignacy Rozychi lo segue con interesse. Ne nota la sensibilità pastorale ma auspica il conseguimento del dottorato di Stato. Intercede in tal senso presso l’amministratore apostolico di Cracovia, mons. Eugeniusz Bazial (nel frattempo succeduto a Saphiea). Con il permesso ecclesiastico, dunque, Wojtyła ritorna sui libri e pubblica, nel 1953, la tesi di dottorato dal titolo Valutazione sulle possibilità di costruire l’etica cristiana sulle basi del sistema etico di Max Scheler.

Conseguito il dottorato, a partire dal 9 ottobre 1954 Wojtyła assume la cattedra di Teologia Morale dell’Università cattolica di Lublino. Le precedenti esperienze di pastorale giovanile, però, hanno lasciato un segno nel giovane professore: «Eravamo ormai nel dopoguerra e la polemica con il marxismo era in pieno svolgimento. In quegli anni la cosa più importante per me erano diventati i giovani, che mi ponevano non tanto domande sull’esistenza di Dio, ma precisi quesiti su come vivere, cioè sul modo di affrontare e di risolvere i problemi dell’amore e del matrimonio, nonché quelli legati al mondo del lavoro» (Varcare la soglia della speranza, 217). Su queste tematiche don Karol scrive una serie di articoli sul Tygodnik Powszechny, l’unico periodico indipendente e autonomo dal regime comunista in Polonia. Le riflessioni qui sviluppate confluiscono, nel 1960, nel volume Amore e responsabilità nel quale Wojtyła espone in modo organico le sue idee. Sullo stesso argomento, compone in questo arco di tempo anche un’opera teatrale, La bottega dell’orefice.

Sul finire del luglio 1958, Wojtyła è con un gruppo di giovani, diretto verso i laghi di Marusa, quando riceve la nomina di vescovo ausiliare di Cracovia: ha appena 38 anni. Si apre così per lui un nuovo scenario di azione. Nell’ufficio episcopale egli è già poco dopo chiamato a partecipare al Concilio Ecumenico Vaticano II. Nella prima fase del concilio, il giovane vescovo osserva i colleghi e li ascolta. Poi partecipa ai lavori in modo più attivo: interviene in aula otto volte, consegna tredici interventi scritti, ne sottoscrive tre. È inserito tra i membri della Commissione di studio per i problemi della popolazione, della famiglia e della natalità, presieduta dal card. Alfredo Ottaviani, ed è membro della sottocommissione incaricata di redigere lo Schema XIII (la futura Gaudium et Spes). Sul giovane vescovo polacco il teologo Ives Congar annota nel corso dei lavori conciliari: «Wojtyła fa una grandissima impressione. La sua personalità si impone. S’irradia da essa un fluido, un’attrazione, una certa forza profetica molto calma, ma irrecusabile» (Y. Congar, Diario del Concilio, II, Cinisiello Balsamo 2005, 259).

Rientrato in Polonia al termine del secondo periodo conciliare, Wojtyła è nuovamente riconvocato a Roma: il 13 gennaio 1964 Paolo VI lo attende per conferirgli la nomina di arcivescovo metropolita di Cracovia.

All’indomani del concilio (1962-1965), Wojtyła diviene in Polonia la seconda personalità ecclesiastica della nazione. Verso il primate polacco, il card. Stefan Wischinsky, nutre, tuttavia, profonda devozione e attenta premura. Nella diocesi di Cracovia promuove molte iniziative ed egli stesso si impegna nell’evangelizzazione, continuando a condividere con i giovani ritiri spirituali e attività sportiva. Si avvale di numerosi collaboratori e, grazie a ben quattro vescovi ausiliari, svolge una intensa attività pastorale. Per l’attuazione e l’assimilazione del concilio indice nel 1972 un sinodo diocesano che durerà ben sette anni: il termine è previsto nel 1979, in occasione della ricorrenza del 900° anniversario dell’assassinio del vescovo di Cracovia s. Stanislao. L’attività accademica e culturale dell’arcivescovo di Cracovia è vivace. Nel 1969 pubblica una delle sue opere più importanti, Persona e atto; partecipa, peraltro, in Italia a diversi convegni di studio. Nella sua intensa attività  egli compie dal 1962 al 1978 ben 50 viaggi fuori dalla Polonia, di cui quattro extracontinentali.

Con le autorità comuniste della Polonia il confronto è serrato. L’indole di Wojtyła, aperta al dialogo, ma decisa nel difendere la fede di fronte alle scelte statali ispirate dal partito comunista polacco, si rivela già nel Natale 1963, quando reagisce ad alcune prese di posizioni del governo polacco e decide di celebrare la Messa di Natale a Nowa Huta, un nuovo centro abitato nel quale, per deliberato progetto delle autorità statali, non deve esservi alcuna presenza di luoghi di culto. Wojtyła ingaggia con le autorità un lungo braccio di ferro che attraversa il suo intero episcopato a Cracovia e si risolve in suo favore solo il 15 maggio 1977, quando consacra la prima chiesa del luogo davanti a cinquantamila fedeli. Non mancano in questi anni momenti di difficoltà e attrito con le autorità comuniste. Ne è occasione la celebrazione del Millennio della conversione della Polonia al cristianesimo (). I vescovi polacchi intendono seguire l’esempio di Paolo VI il quale, il 29 settembre 1962, ha chiesto perdono ai fratelli separati. Così i presuli polacchi scrivono nel 1966 all’episcopato tedesco perdonando e chiedendo perdono per quanto è accaduto tra i loro popoli. La propaganda del governo suscita aspre reazioni contro l’episcopato e Wojtyła è oggetto di severe critiche.

Dal canto suo, tramite i propri Servizi Segreti, il regime monitora con attenzione l’attività dell’arcivescovo di Cracovia. Gli informatori della Polizia Politica (la cui documentazione è conservata nell’istituto della Memoria Nazionale Polacca) riferiscono con precisione il profilo umano e pastorale del porporato: Wojtyła è moralmente ineccepibile, e la sua dedizione alla missione della Chiesa intensa e culturalmente intelligente.

Paolo VI apprezza l’equilibrio e la sensibilità pastorale del giovane arcivescovo di Cracovia: dopo averlo nominato arcivescovo di Cracovia, il 21 giugno 1967 lo eleva alla dignità cardinalizia quando ha solo 47 anni. Durante gli anni Settanta papa Montini continua a mostrargli particolare attenzione e segni di apprezzamento. Nel 1969 lo vuole membro di nomina pontificia al sinodo dei vescovi del 1969. Wojtyła vi ritorna poi nel 1971, nel 1974 e nel 1977. La stima di cui Wojtyła gode in Vaticano è testimoniata anche dall’invito del pontefice a predicare gli esercizi spirituali alla Curia Romana per la quaresima del 1976. Così, per una settimana, dal 7 al 13 marzo, il cardinale di Cracovia offre davanti al Papa, ai prefetti e segretari delle Congregazioni vaticane un itinerario di meditazione molto denso sul tema Il Cristo, segno di contraddizione.

L’elezione a vescovo di Roma: quasi trentadue anni di pontificato (1978-2005)
Al termine del breve pontificato di Albino Luciani (26 agosto – 26 settembre 1978), dopo un conclave di tre giorni, il 16 ottobre 1978, il cardinal Karol Wojtyła è eletto nuovo successore di Pietro.

Il nome e la persona del pontefice non sono conosciuti ma, già alla prima apparizione alla loggia di s. Pietro, egli riesce a trovare subito una profonda sintonia con la folla presente all’annuncio. La scena, sostanzialmente, si ripropone qualche giorno dopo, ma con ulteriori e più marcati elementi, per la messa di inaugurazione del ministero petrino. Diversamente dall’aspetto esile e timido di Giovanni Paolo I, il nuovo papa, Giovanni Paolo II, ha una fisicità vigorosa. Il pastorale a forma di croce sollevato come un vessillo al termine dell’eucarestia e soprattutto l’omelia pronunciata con una voce profonda, accogliente e assai espressiva, indicano l’inizio di un tempo nuovo e di un diverso rapporto con le masse e con i media. In particolare, quell’omelia ha qualcosa d programmatico del pontificato di Giovanni Paolo II: l’invito a ‘non avere paura’, a spalancare a Cristo ogni ambito di vita, i vasti campi di cultura, dell’economia, della società intera, si traducono poi concretamente in una infaticabile e quanto mai variegata azione pastorale.

È qui impossibile ripercorrere, anche brevemente, le tappe più significative di un pontificato eccezionalmente lungo e denso di eventi, al punto da attraversare avvenimenti epocali della storia umana, e tra questi la dissoluzione del sistema politico dell’Est Europa e il crollo del muro di Berlino. Di seguito analizzeremo brevemente alcuni temi e alcuni accadimenti al fine di delineare qualche tratto caratterizzante del pontefice e del suo operato. In particolare osserveremo: i viaggi apostolici e i media, il magistero, l’attentato del 1981, il valore attribuito alla sofferenza, il rapporto con la Curia Romana, i grandi eventi pastorali, i ‘primati’ del pontefice, la morte e il processo di beatificazione.

1. I Viaggi Apostolici.
Anzitutto un discorso particolare meritano i viaggi apostolici, ben 104 in tutto il mondo (esclusa l’Italia). Per la promozione della fede il Papa vuole essere avvicinato dai credenti e dalle popolazioni di tutto il mondo: così decide di recarsi in numerosi Paesi. Nei viaggi apostolici papa Wojtyła mostra i tratti di un pontificato che nel contatto diretto con le folle, nel ministero della parola, nella presenza carismatica, nei gesti simbolici e nella sua ‘rivoluzione mediatica’ rivela gli aspetti salienti di una nuova forma di apostolato. La volontà di ‘spalancare le porte a Cristo’ riceve in tale dimensione una sua prima concreta forma di attuazione. In questo senso è emblematico quanto avviene già nel febbraio 1979, nel corso della sua prima visita pastorale in America Centrale e in particolare in Messico. Il Paese è attraversato da profonde tensioni provocate da una laicità massonica ostile a un popolo fortemente credente. Anche Wojtyła non è accolto benevolmente dalle autorità messicane. Ma il pontefice compie gesti dal grande impatto simbolico (indossa il sombrero offerto dai giovani messicati) e, a Oxaca, scrivendo di suo pugno l’omelia, incontra gli indios e i campesinos, e fa percepire la sua vicinanza e la solidarietà della Chiesa. Le masse che seguono il pontefice in Messico sono assai numerose, si stima circa 15 milioni. Il viaggio suscita un consenso straordinario allora imprevisto.

Se il primo viaggio in America Centrale risulta di eccezionale rilevanza per il consenso ottenuto, le visite che il pontefice compie nel suo Paese nativo, segnano un avvenimento di notevole portata per la vita, non solo spirituale, ma anche politica, della sua amata terra d’origine. Il pontefice, già all’indomani della propria elezione, intende dare forza ai suoi connazionali e aiutarli a recuperare le condizioni indispensabili per la dignità dell’essere umano, cioè il diritto di esercitare liberamente la propria fede.

Già nel primo viaggio nel proprio Paese (2-10 giugno 1979) Wojtyła attraversa la nazione ricevendo dai suoi connazionali un’accoglienza straordinaria. La straripante partecipazione dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche presiedute dal pontefice, le sue parole in difesa della libertà dei polacchi e della libertà religiosa aprono a un nuovo corso di storia. L’anno successivo, sostenuti dall’incoraggiamento ricevuto, i polacchi si organizzano attorno al movimento sindacale Solidarność e al suo capo, Lech Wałęsa. Quando si profila la minaccia di un intervento militare da parte delle autorità per reprimere il moto popolare, il papa prende l’iniziativa e scrive a Leonid Breznev, Presidente del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, chiedendo di impedire che la situazione precipiti. Anche negli anni seguenti il pontefice continua a seguire da vicino l’andamento della politica polacca. Si reca così nel suo Paese nel 1983 e nel 1987 e sostiene Solidarność i cui dirigenti, autorizzati a candidarsi alle elezioni, ottengono il 4 giugno 1989 un netto consenso. L’incarico di formare un nuovo governo è peraltro affidato a un cattolico amico di Giovanni Paolo II, Tadeusz Mazowicki. Per la Polonia si volta pagina. In quello stesso anno avviene la caduta del Muro di Berlino.

Non tutti i viaggi apostolici, almeno nei primi anni di pontificato, riscuotono consenso. Nel marzo 1983 in Nicaragua, dove sono al potere autorità marxiste, perfino la celebrazione eucaristica presieduta dal pontefice è disturbata da altoparlanti che diffondono l’inno sandanista. Il Papa decide, pertanto, di non distribuire l’eucarestia ai fedeli.

In Italia Giovanni Paolo II compie ben 146 visite pastorali: l’entusiasmo, il coinvolgimento che suscita la sua persona e il suo stile di pastore, da alcuni ritenuto ‘poco ecclesiastico’, si confermano senza eccezione.

2. Il magistero.
Il magistero di Giovanni Paolo II è molto ampio, composto anzitutto da quindici corpose encicliche (la prima, la grande lettera programmatica, fu la Redemptor hominis, 1979), undici costituzioni apostoliche, nove esortazioni apostoliche post-sinodali, cui vanno aggiunte le quarantacinque lettere apostoliche, i messaggi annuali, i discorsi, le omelie, le catechesi e la promulgazione, nel 1992, del Catechismo della Chiesa Cattolica. Dal punto di vista del contenuto è qui impossibile dare anche un breve resoconto di un insegnamento dottrinale molto ampio, che tocca la gran parte delle questioni teologiche e morali: vi trovano posto, in particolare, temi cristologici, antropologici e sacramentali ma anche problematiche di bioetica, il rapporto fede-ragione o la dottrina sulla guerra. Nella Ut unum sint (25 maggio 1995), in particolare, Giovanni Paolo II ha dichiarato la sua disponibilità a «trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova» (Ut unum sint, 95). Nel frattempo, nonostante gli forzi del pontefice, si è già consumato lo scisma di mons. Marciel Lefebvre (1988). Con due documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede (rispettivamente del 1984 e del 1986), invece, sono stati posti in evidenza gli aspetti non ortodossi della teologia della liberazione.

A Giovanni Paolo II si devono anche quattro libri, ricchi di elementi autobiografici: Varcare la soglia della speranza (1994), Dono e mistero: nel 50° del mio sacerdozio (1996), Alzatevi, andiamo! (2004), Memoria e identità (2005), più un libro di poesie dal titolo Trittico romano.

Una tappa significativa del dialogo del pontefice con il mondo e la cultura moderna è l’istituzione del Consiglio per la cultura (1982) e soprattutto, nel giugno 1998, l’apertura agli studiosi dell’archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, sino ad allora inaccessibile.

3. L’attentato del 1981 e il valore salvifico della sofferenza.
Uno snodo del pontificato di Wojtyła è costituito dall’attentato subito il 13 maggio 1981 a piazza S. Pietro, per mano di Mehmet Alì Agca, un giovane di 23 anni appartenente ai lupi grigi della Turchia. L’attentatore esplode due colpi contro il pontefice, senza però riuscire ad uccidere il papa ma solo a ferirlo in modo grave. Solo dopo un difficile intervento e una lunga convalescenza Giovanni Paolo II si riprende: da allora, convinto che una ‘mano materna’ ha guidato la traiettoria del proiettile, Wojtyła si interessa al terzo segreto di Fatima, che farà svelare durante l’ultimo viaggio nella stessa Fatima, il 13 maggio 2000. In tale circostanza egli farà anche incastonare una pallottola nella statua di Maria a Fatima.

L’attentato ha una forte risonanza nel pontefice, soprattutto in ordine al suo rapporto con la sofferenza nella vita della Chiesa. Già in un suo componimento giovanile in onore del martirio di s. Stanislao, Wojtyła aveva scritto: «se la parola non ha convertito, sarà il sangue a convertire». Dopo l’attentato, il pontefice ritorna sull’argomento in diverse circostanze, a partire dell’angelus del 17 maggio 1981. Nel 1983 pubblica la lettera apostolica Salvifici doloris sul valore salvifico della sofferenza unita e offerta a Cristo; nel 1994, al ritorno dal policlinico Gemelli per un intervento di protesi dell’anca, confessa: «Ho capito che devo introdurre la Chiesa di Cristo in questo terzo millennio con la preghiera, con diverse iniziative, ma ho visto che non basta: bisognava introdurla con la sofferenza, con l’attentato di tredici anni fa e con questo nuovo sacrificio» (Angelus, 29 maggio 1994). Poi, con il passare degli anni, il pontefice sperimenta un rapido declino della salute. Prima è compromessa la deambulazione, infine – un fatto significativo se si tiene presente il giovane attore del teatro rapsodico – la capacità di parlare. In questa spoliazione della propria persona, Wojtyła, dopo aver pubblicato molti documenti magisteriali, vede giunto il momento di scrivere ‘un’enciclica senza parole’ (Dziwisz): in questo senso egli decide di non celare al mondo le proprie sofferenze e di dare pubblica testimonianza della sua accoglienza della propria malattia sino alla fine. A differenza della linea di condotta del passato, il vescovo di Roma soffre e il mondo, ora, lo guarda.

4. Il rapporto con la Curia Romana.
Il rapporto tra la Curia Romana e Giovanni Paolo II è ben diverso da quello dei predecessori Pio XII e di Paolo VI. Pacelli veniva dalla carriera diplomatica ed era stato Segretario di Stato di Pio XI. Da pontefice aveva sostanzialmente guidato di persona la Curia Romana. Montini, sin da giovanissimo, aveva svolto il suo ministero direttamente a servizio della S. Sede e dal 1937 al 1954 era stato a capo di una sezione della Segreteria di Stato. Da pontefice si era avvalso di diversi collaboratori ma era comunque lui la principale guida della Curia che, peraltro, riformò e internazionalizzò. «Giovanni Paolo II non vuole e non ha la capacità di essere segretario di Stato di se stesso, quindi procede alla nomina di segretari effettivi.

Così l’esperienza wojtyliana è in parte nuova nel quadro della Curia riformata da Paolo VI» (Riccardi, Giovanni Paolo II, 506). Pur promulgando il nuovo regolamento della Curia Romana (cost. ap. Pastor Aeternus, ) non consuma tutte le sue energie per guidarla. Si avvale di un gruppo di collaboratori con i quali ha una pronunciata sintonia e tramite i quali può portare avanti una gran quantità di lavoro. I rapporti con gli Stati, le nomine dei vescovi, le canonizzazioni, la guida della Conferenza Episcopale Italiana, la direzione della Sala Stampa, la sua personale segreteria sono affidate a uomini scelti dal pontefice e a lui profondamente legati. Al vertice della Congregazione per la Dottrina della Fede, in particolare, Giovanni Paolo II sceglie quale prefetto un cardinale ‘montiniano’, un fine teologo tedesco, Joseph Raztinger, verso il quale nutre una stima e un legame particolarmente profondo.

5. I religiosi, i movimenti, gli eventi
Anche nel pontificato di Wojtyła, la vita consacrata attraversa crisi e problemi. Gli abbandoni e la diminuzione delle vocazioni religiose, soprattutto in Europa, sono un fenomeno permanente. Nonostante il ricco magistero pontificio e le iniziative pastorali (si pensi almeno alla Giornata Mondiale della Gioventù) l’andamento delle nuove vocazioni rimane negativo. Durante il pontificato, a differenza degli ordini religiosi e degli istituti di vita consacrata, crescono e si sviluppano nuove realtà che Wojtyła conosce e apprezza: i movimenti. I Focolari, l’Opus Dei, la Comunità di Sant’Egidio, il Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione (solo per citarne alcuni) appaiono al pontefice nuove forze di rinnovamento, frutto del Concilio, un efficace antidoto all’allontanamento dalla Chiesa e una modalità vivace di diffondere la gioia della fede. Al loro contributo Giovanni Paolo II guarda con fiducia e speranza e li segue attraverso il Pontificio Consiglio per i Laici. Il 30 maggio 1998 ha con essi un incontro particolare in piazza s. Pietro: sono presenti ben 56 movimenti per un totale di 180 mila partecipanti all’incontro.

Nell’impossibilità di un’analisi specifica degli eventi principali del pontificato, almeno tre iniziative di Wojtyła meritano speciale menzione. La prima è la Giornata Mondiale della Gioventù, istituita formalmente con la Lettera apostolica ai giovani e alle giovani del mondo (31 marzo 1985). Già a partire dal 1983, il pontefice convoca i giovani cattolici di tutto il mondo ad incontri nei quali egli ha modo di parlare loro direttamente. Gli appuntamenti si susseguono ogni due anni. Il numero dei partecipanti è crescente. Tra i raduni mondiali, impressiona per i partecipanti quello che si svolge per la prima volta in Asia, a Manila. Ma anche in Europa la partecipazione è massiccia, in particolare in occasione della Giornata Mondiale dei Giovani del 2000, a Roma. Il pontefice attrae i giovani ma non sembra andare alla ricerca di facili consensi. Nei suoi discorsi esprime con chiarezza la verità del vangelo e i risvolti esistenziali per i suoi giovani ascoltatori.

La seconda iniziativa, che si inserisce nel più ampio contesto del dialogo con le religioni, è l’incontro interreligioso di Assisi del 1986: pur in mezzo a molte polemiche e perplessità sul rischio di sincretismo, Giovanni Paolo II convoca i leader mondiali delle altre religioni al fine di promuovere un rispetto e una coesistenza pacifica sul pianeta.

La terza iniziativa è il Grande Giubileo del 2000 a Roma. Gli aspetti organizzativi richiedono un impegno massiccio di uomini e di forze; si assiste a una grande mobilitazione di diverse categorie di persone per le quali sono programmati specifici appuntamenti. Merita una particolare menzione, nel contesto giubilare, la richiesta, rivolta da Giovanni Paolo II ai governanti dei Paesi ricchi, di cancellare o almeno ridurre il debito di quelli poveri e l’istanza, rivolta al Parlamento Italiano, di un segno di clemenza per i detenuti.

6. I primati.
La stampa ha insistito spesso sui primati di papa Wojtyła. Il 13 aprile 1986, per la prima volta nella storia, il pontefice visita la sinagoga di Roma. Nel 2001, nel corso del suo viaggio in Siria a Damasco, entra in una moschea. Lungo tutto il pontificato eleva all’onore degli altari 1338 beati (il cui rito di beatificazione ha inteso presiedere sempre) e 482 santi (un numero molto al di là rispetto a quello dei secoli precedenti). Durante gli anni del suo pontificato crea 231 cardinali (cui si aggiunge uno in pectore), visita 129 Paesi nel mondo e incontra, a Roma e durante i viaggi apostolici, un altissimo numero di fedeli come mai era accaduto nella storia; pronuncia 2382 discorsi fuori dall’Italia e 908 in Italia. Visita anche 301 delle 332 parrocchie della diocesi di Roma. Sono dati eloquenti di un intenso impegno pastorale che comunque possono essere letti anche alla luce di una continuità con la sensibilità e l’azione pastorale di Paolo VI. Montini, cui Giovanni Paolo II era profondamente legato (come egli stesso ebbe a dire), aveva già compiuto molti passi in avanti e scelte nuove cui papa Wojtyła dà seguito. In particolare, va inserito in questo contesto l’atteggiamento del pontefice di domandare perdono per le colpe commesse nel passato dai cattolici. Già Paolo VI, infatti, aveva riconosciuto le responsabilità degli uomini di Chiesa con il bacio della pantofola al metropolita Melitone, inviato del patriarca di Costantinopoli, in segno di riparazione dell’analogo gesto preteso da Eugenio IV nel 1439 nei confronti del patriarca Giuseppe II. Così, sin dall’inizio del pontificato Giovanni Paolo II intende ritornare sugli errori del passato e, in primo luogo, il 3 luglio 1981 istituisce una commissione pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana del XVI e XVII i cui lavori si concluderanno nel 1992 riconoscendo gli errori dei ‘giudici di Galileo’. Complessivamente, Giovanni Paolo II ritorna sulla richiesta di perdono per circa una trentina di volte, anche se il vertice dei mea culpa viene raggiunto nella giornata del perdono, celebrata nella basilica di s. Pietro il 12 marzo 2000, quando, davanti al papa, sei cardinali presentano sei confessioni di colpe.

7. La morte e il processo di beatificazione.
Già a partire dagli anni Novanta Giovanni Paolo II ha iniziato a soffrire del morbo di Parkinson, malattia che con il passare del tempo lo ha progressivamente debilitato fino a comprometterne la sopravvivenza. La patologia e le successive sofferenze hanno colpito tre aspetti caratterizzanti del pontefice: «la presenza fisica, il gesto con le capacità di atti altamente simboli, e, mezzo privilegiato di comunicazione, la parola modulata dalla voce calda e chiara» (B. Mondin, Nuovo dizionario enciclopedico dei papi, 617). Il quadro clinico si è poi ulteriormente aggravato nel gennaio 2005. Nel mese seguente, sottoposto a un intervento di tracheotomia elettiva per assicurare un’adeguata ventilazione, il pontefice non riesce di fatto né a parlare agevolmente né a riprendere uno stato di salute sufficiente. Alle ore 21.37 del 2 aprile 2005 muore. Per i solenni funerali, presieduti dal cardinale Ratzinger l’8 aprile 2005, sono presenti 200 delegazioni ufficiali di quasi tutti gli Stati del mondo e un alto numero di pellegrini. Si calcola che, a partire dal giorno della morte fino alle esequie, siano giunti per la circostanza a Roma circa 4 milioni di fedeli.

Il 28 aprile 2005, su istanza del cardinale Vicario di Roma Camillo Ruini, Benedetto XVI concede la dispensa dai cinque anni di attesa per l’introduzione della Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II. Il 14 maggio 2005 Ruini nomina il postulatore nella persona di Slavomir Oder. Istruito il processo informativo e raccolte le necessarie testimonianze e documenti, la Congregazione delle Cause dei Santi esamina accuratamente il materiale prodotto e, dopo la decisione positiva del dicastero, il 19 dicembre 2009, Benedetto XVI dichiara l’eroicità delle virtù di Giovanni Paolo II. Riconosciuta l’intercessione miracolosa del defunto pontefice per la guarigione dal morbo di Parkinson di una religiosa, suor Marie Simon Pierre Normand, il 1° maggio 2011 Benedetto XVI presiede l’Eucarestia durante la quale ha luogo il rito della beatificazione.

 

Francesco Castelli

Bibliografia

La letteratura su Giovanni Paolo II è molto ricca. Ci limitiamo a indicare le principali fonti oggi accessibili e alcuni studi, peraltro senza pretesa di completezza.

Per i costanti riferimenti autobiografici si vedano anzitutto: Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Milano 1994; Id., Dono e mistero: nel 50° del mio sacerdozio, Città del Vaticano 1996; Id., Memoria e identità, Milano 2005; Id., Alzatevi, andiamo!, Milano 2004.

Le opere filosofiche e letterarie del pontefice sono state di recente pubblicate in K. Wojtyła, Metafisica della persona. Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi, a cura di Giovanni Reale, Milano 2005; Id., Tutte le opere letterarie. Poesie, Drammi e scritti sul teatro, testo polacco a fronte, Milano 2001.

Per quanto concerne il magistero si veda: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Città del Vaticano 1978-2006, I-XXVII, 2.

 

Per il futuro storico che si occuperà della biografia del pontefice, fondamentale si rivelerà il materiale documentario che la Postulazione per la Causa di Beatificazione e di Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II ha raccolto insieme alle testimonianze di quanti lo hanno conosciuto da vicino e hanno deposto al processo di beatificazione (alcuni dati sono stati già adoperati nella biografia ad opera di Andrea Riccardi e di cui a breve si dirà).

Altrettanto indispensabili risultano le testimonianze di quanti gli sono stati vicino e lo hanno conosciuto a lungo. Si veda in particolare: M. Malinski, Le radici di Papa Wojtyła. Biografia scritta da un amico, Roma 1980; A. Frossard A., “Non abbiate paura!”. Andrè Frossard dialoga con Giovanni Paolo II, Milano 1983; R. Buzzonetti et alii, Lasciatemi andare. La forza della debolezza di Giovanni Paolo II, Cinisello Balsamo 2006; Benedetto XVI, Giovanni Paolo II. Il mio amato predecessore, Cinisiello Balsamo 2007; S. Dziwisz, Una vita con Karol. Conversazione con Gian Franco Svidercoschi, Milano 2007; S. Grygiel, P. Kwiatkowski (a c. di), L’amore e la sua regola. Karol Wojtyła e l’esperienza dell’«Ambiente» di Cracovia, Città del Vaticano 2009; W. Poltawska, Diario di un’amicizia. La famiglia Poltawski e Karol Wojtyła, Cinisello Balsamo 2010 (importante). Prezioso per conoscere il rapporto tra il futuro Papa e il Vaticano II è un volume dello stesso Wojtyła ora tradotto in italiano: K. Wojtyła, Alle fonti del rinnovamento. Studio sull’attuazione del Concilio Vaticano Secondo, (a cura di Flavio Felice), Soveria Mannelli 2007. Fino all’elezione come vescovo di Roma è indispensabile studiare la raccolta di fatti, discorsi, circostanze, pubblicata da A. Boniecki, The Making of the Pope of the Millennium. Kalendarium of the Life of Karol Wojtyła, Stockbrige 2000.

Per una presentazione del pensatore Wojtyła, nella miriade di studi e di tesi di laurea apparse, si vedano almeno: R. Buttiglione, Il pensiero di K. Wojtyła, Milano 1982 (ora riedito con il titolo Il pensiero dell’uomo che divenne Giovanni Paolo II, Milano 1998, con bibliografia aggiornata); G. Reale, Karol Wojtyła un pellegrino dell’Assoluto, Milano 2005.

Le biografie su Giovanni Paolo II sono molto numerose. Si veda almeno:  B. Lecomnte, Giovanni Paolo II. La biografia, (trad. it. di C. Ghibellini-E. Peru), Milano 2004; G. Weigel, Testimone della speranza. La vita di Giovanni Paolo II, 2 vol., Milano 2005; con un approccio storico più solido e robusto e con preziosi confronti con i precedenti pontefici: A. Riccardi, Giovanni Paolo II. La biografia, Cinisiello Balsamo 2011.

Per la conoscenza personale di fatti e dettagli noti a pochi, utile la lettura di G. Zizola, L’altro Wojtyła, Milano 2003; Id., Benedetto XVI, Milano 2005 (con un’ampia introduzione sugli ultimi giorni di Giovanni Paolo II e sull’eredità lasciata al successore).

Da un punto di vista storico mancano ancora studi che riescano a narrare la complessità del vissuto di Giovanni Paolo II e più in generale che inquadrino, con un’autentica opera di storicizzazione,  il pontificato di Wojtyła soprattutto in ordine al tema della modernità. Sino ad oggi, con un metodo davvero scientifico, sono apparse poche pubblicazioni di cui qui ne indichiamo alcune. La prima è quella di G. Miccoli, In difesa della fede, Milano 2007. Il secondo testo è di D. Menozzi, Giovanni Paolo II. Una transizione incompiuta? Per una storicizzazione del pontificato, Brescia 2006. Sempre di uno storico, ma con un taglio più narrativo, A. Riccardi, Governo carismatico, 25 anni di pontificato, Milano 2003 (nonché la biografia già menzionata). Non mancano altre pubblicazioni su alcune questioni particolari. Cf. L. Accattoli, Quando il papa domanda perdono, Milano 1997; per il problema delle Chiese dell’Est e per un primo approccio al rapporto con i Paesi Comunisti da parte di Giovanni Paolo II, A. Casaroli, Il martirio della pazienza (La Santa Sede e i Paesi comunisti, 1963-1989), Torino 2000. Sul rapporto tra Giovanni Paolo II e padre Pio da Pietrelcina, con la trascrizione della terza lettera inviata da Wojtyla al cappuccino e di recente emersa durante le ricerche per il processo di beatificazione: F. Castelli, Mons. Wojtyła e Padre Pio: il rapporto si intensifica, «Studi su P. Pio», IX (2008) 1, 131-145; sulla partecipazione di Wojtyła al Vaticano II: R. Skrzypczak, Karol Wojtyła al Concilio Vaticano II. La storia e i documenti, Verona 2011.