Agnese Moro a Taranto

Agnese Moro a Taranto

Agnese Moro a Taranto

di MARIA SILVESTRINI

I grandi incontri generano grandi emozioni. Lasciano dentro ciascuno di noi domande inevase, ma anche il senso di una maturità possibile, di una sfida che puoi vincere. L’incontro con Agnese Moro, secondogenita dello statista ucciso in Via Fani a Roma il 9 maggio del 1978, è stato molto intenso e troppo breve per dissetare l’ansia di verità e di riconciliazione del pubblico che ha affollato all’inverosimile la sala dell’Arcivescovado.

Agnese parlava lentamente, parole pesate nel lungo tempo da quel giorno lontano scolpito nella memoria, con un’unica immagine: un uomo ucciso, il padre. “Mio padre era un uomo buono, perfino buffo in tante occasioni, come quando veniva al mare con giacca e cravatta. Era un secchione, studiava sempre, aveva sempre plichi di carte su cui lavorare…”. Agnese parla della memoria di una ferita che ti impone per anni la dittatura del passato sul presente, che ti tiene prigioniera di un ricordo ed intanto ti condiziona la vita.

La tua e quella di chi ti sta intorno. “Poi un giorno – dice – ti rendi conto che questa memoria è diventata parte di una catena di male e decidi di dire basta. E’ come quell’urlo silenzioso che vediamo espresso nel capolavoro di Munch, un urlo che vuole sfidare il silenzio. Da quell’urlo sono uscita grazie ad un gesuita Guido Bertagna che mi ha proposto l’incontro con altre vittime di omicidi e con gli stessi assassini.

Fare una cosa del genere è un guaio, significa cambiare la tua vita, mettere tutto in disordine. Soprattutto significa intraprendere una trasformazione dolorosa. Le vittime sono nemici per i carnefici, e gli autori della violenza sono nemici per i familiari delle vittime. Per me loro erano solo dei mostri. … Ho scoperto da piccole frasi che erano persone, ho scoperto la loro sofferenza, ho capito che il rimorso, quello vero, non è un generico senso di colpa, ma un abisso”.

Le difficoltà dell’ascolto reciproco, la fatica di ragioni che non devono essere giustificate, questo è il percorso di Agnese Moro verso una giustizia riparatrice, verso il perdono. La giustizia riparatrice offre alla vittima e al reo la possibilità di discuterne e di decidere come risolverla, attraverso una mediazione.

Esperienze in tal senso di alcune decine di persone che hanno accettato di «riaprire la ferita» sono state raccolte ne “Il libro dell’incontro”, curato dal padre gesuita Guido Bertagna, dalla giurista Claudia Mazzuccato e dal criminologo Adolfo Ceretti. Non si tratta di conciliare posizioni incommensurabili, né di perdono, ma di permettere alle parti di raccontarsi per iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova, partendo dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana.

Il tema del perdono, ha spiegato Agnese Moro, non c’entra con i buoni sentimenti, ma con l’amore per la vita. E’ osceno chiedere a chi è stato appena ferito negli affetti più cari se ha perdonato. Non si può confondere lo spettacolo con un processo profondo che si incrocia con il tema della giustizia. Il perdono non è un sentimento positivo nei confronti di chi ci ha fatto del male, non riguarda la bontà delle persone.

Amare i propri nemici come dice il Vangelo è una decisione precisa che deve maturare nel tempo con la convinzione che è l’unico modo per salvare la propria vita dal rancore generato dalla memoria.
L’incontro, organizzato da don Francesco Castelli direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Guardini, rientra nelle celebrazioni per il centenario dalla nascita di Aldo Moro volute dal Comitato omonimo.

Presente il nostro Arcivescovo Filippo Santoro che a conclusione della testimonianza di Agnese Moro ha stigmatizzato l’importanza dell’ascolto reciproco come chiave per un cammino di autentica comprensione fraterna. Solo con uno sguardo rinnovato dalla piena comprensione dell’altro possiamo aprirci ad un futuro di pace.

Agnese Moro a Taranto